Clan 2021

Clan è un progetto fotografico che nasce dopo un’osservazione timida e sincera da parte di mio padre, che, in una delle mie prime mostre, diffidente e incuriosito e forse anche un po’ deluso dal mio nuovo mestiere, avvicinandomi mi sussurra: "mi avevano detto che eri brava, ma non pensavo cosi' tanto”. In quel momento ho capito che dovevo al mio clan qualcosa di più per comprendere chi fossi diventata. Organizzai un pomeriggio in studio con la scusa di un classico ritratto di famiglia: nessuno si aspettava che il ritratto di famiglia sarebbero state invece fotografie singole delle mani di ognuno. L'opera non coglie le somiglianze e le differenze di personalità e non le inquadra in una composizione ambiziosa. Nessun giudizio. Nel mio lavoro utilizzo spesso la performance per mettere a proprio agio le persone e cercare la loro verità: quel giorno l’arte si rivelava esclusivamente attraverso gesti e atteggiamenti della mia famiglia. Ho lasciato queste foto nel cassetto per due anni. Oggi, queste mani assumono nuovi significati: interrogano sulla dimensione della distanza, sul bisogno di una nuova e ritrovata vicinanza, e, in qualche misura, possono guarirci dalla mancanza dello stringerci e toccarci. Le mani hanno un loro linguaggio complementare a quello delle parole che le intensifica, le mette in risalto. Le mani mettono in scena i nostri pensieri: l’intenzione di ieri e le consapevolezze di oggi si incontrano in mani piene di amore di una famiglia costretta a stare temporaneamente lontana. Nelle immagini della serie, le persone appaiono per sottrazione come impegnate in reciproci rapporti di protezione e infinita tenerezza. 

Clan is a photographic project that was born after a shy and sincere observation on the part of my father, who, in one of my first exhibitions, wary and curious and perhaps a little disappointed by my new job, approached me and whispered: "they told me you were good, but I didn't think so". At that moment I realized that I owed it to my clan to understand who I had become. I organized an afternoon in the studio under the guise of a classic family portrait: no one expected that the family portrait would instead be individual photographs of everyone's hands. The work did not capture the similarities and differences in personalities or frame them in an ambitious composition. No judgment. I often use performance in my work to put people at ease and seek their truth: that day the art was revealed exclusively through my family's gestures and attitudes. I left these photos in the drawer for two years. Today, these hands take on new meanings: they question the dimension of distance, the need for a new and rediscovered closeness, and, to some extent, they can heal us from the lack of shaking and touching. Hands have a language of their own that is complementary to that of words, which intensifies them and highlights them. Hands stage our thoughts: yesterday's intention and today's awareness meet in hands full of love of a family forced to stay temporarily away. In the images of the series, people appear by subtraction as engaged in mutual relationships of protection and infinite tenderness.

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Partners: centroetoile. daaa.
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